Vorrei commentare qui due contributi di origine diversa ma che in pratica parlano della stessa cosa.
Samuel Moore fa una serie di considerazioni sulla decisione del Cancer Research UK di non finanziare più le APC per il gold open access. Le università olandesi pubblicano un position paper dal titolo Vision on publication culture.
Entrambi i testi – l’analisi di Samuel Moore sulla decisione di Cancer Research UK e il position paper “Vision on Publication Culture” – partono da una diagnosi comune: il sistema attuale di editoria scientifica, incluso il modello open access basato su APC, non funziona ed è fonte di distorsioni profonde.
Samuel Moore riconosce che il modello APC ha fallito: invece di rendere l’accesso più equo, ha rafforzato gli editori commerciali, incentivato la pubblicazione di massa e aggravato problemi come la crisi della peer review e la scarsa qualità di ciò che viene pubblicato.
more and more articles are published, as quickly as possible, with recourse to as little paid labour as possible. Publishers prioritise scale, automation and homogeneity to cope with this volume, leading to problems of fraud, oversupply and peer review fatigue
Tuttavia, il punto centrale del suo commento è un altro: ritirare i finanziamenti per l’open access è una risposta sbagliata (o forse incompleta).
Secondo Moore, questa scelta non rappresenta un vero cambiamento, ma una forma di “austerità travestita da etica”: invece di trasformare il sistema, si limita a sottrarre risorse restando dentro la stessa logica di mercato che ha prodotto il problema. Il rischio è semplicemente spostare i costi (ad esempio sulle università) e indebolire ulteriormente la capacità di orientare il sistema.
La sua posizione è chiara: non bisogna abbandonare l’open access, ma cambiarne radicalmente le modalità, investendo in modelli alternativi che non alimentino il circuito commerciale dominante. Moore suggerisce esplicitamente strade come sostenere infrastrutture editoriali comunitarie, incentivare i preprint, finanziare forme non commerciali di pubblicazione, coinvolgere le comunità disciplinari nella costruzione di soluzioni.
Qui emerge una forte convergenza con il position paper delle università olandesi “Vision on Publication Culture”, che porta questa intuizione a un livello più ampio e sistemico. Il documento infatti sostiene che il problema non è solo economico, ma culturale: l’intero sistema è dominato da un’economia del prestigio e da meccanismi di valutazione che premiano la sede di pubblicazione più del contenuto.
Di conseguenza, tentare di risolvere la crisi restando all’interno dei canoni tradizionali dell’editoria scientifica – mercato delle riviste, competizione per il prestigio, metriche quantitative – produce inevitabilmente nuove distorsioni. Il modello gold basato su APC ne è un esempio emblematico: una riforma pensata per aprire l’accesso che si è perfettamente adattata alle logiche commerciali esistenti.
Il position paper propone quindi un cambiamento più profondo:
spostare la valutazione dalla rivista alla qualità e al contributo della ricerca, valorizzare una pluralità di output (dati, software, report, preregistrazione, preprint), promuovere apertura e condivisione precoce, costruire infrastrutture aperte, sostenibili e non commerciali.
La differenza tra i due testi sta nel livello di esplicitazione, ma la direzione è la stessa e complementare:
Moore critica il ritiro dei fondi perché non cambia il sistema, il position paper mostra che il sistema può cambiare solo uscendo dalle sue logiche interne.
In sintesi, entrambi convergono su un punto cruciale: il problema dell’editoria scientifica non si risolve togliendo o redistribuendo risorse all’interno del modello attuale, ma trasformando la cultura della pubblicazione. Finché la ricerca sarà valutata in base al prestigio delle riviste e non al suo contenuto, ogni intervento – anche ben intenzionato – rischierà di riprodurre le stesse distorsioni o addirittura peggiori.
Non si tratta più di correggere il sistema, ma di trasformarlo. Un numero crescente di studiosi e policy maker riconosce che gli strumenti finora adottati non sono sufficienti: intervenire sui meccanismi esistenti, senza metterne in discussione i presupposti, non fa che riprodurre le stesse disuguaglianze e inefficienze.
Si parla dunque di una trasformazione radicale perché riguarda la cultura stessa della pubblicazione scientifica: i criteri di valutazione, le logiche di prestigio, le infrastrutture e i modelli economici in vigore da moltissimi anni. E, proprio per questo, non può essere demandata a un singolo attore. Coinvolge necessariamente più livelli:
- le istituzioni accademiche, chiamate a riformare i sistemi di valutazione e carriera;
- i singoli ricercatori, che devono essere messi nelle condizioni (e incentivati) a scegliere pratiche di pubblicazione più aperte e responsabili;
- gli enti finanziatori, che hanno il potere – e la responsabilità – di orientare il sistema attraverso politiche mirate, investimenti e sostegno a modelli alternativi.
La direzione è quindi sempre più condivisa (per lo meno fuori dal nostro Paese): uscire dall’economia del prestigio e costruire un sistema di comunicazione scientifica anche distribuito (publish review curate) fondato su qualità, apertura e responsabilità collettiva. Solo un’azione coordinata tra questi diversi livelli potrà rendere possibile quel cambiamento strutturale che entrambi i testi indicano come ormai necessario.


