Al servizio della scienza e non del mercato: il caso dell'editoria scientifica

By

Un bel preprint pubblicato di recente su Arxiv (The Drain of Scientific Publishing) fa il punto sulla situazione dell’editoria scientifica, individuando i motivi che hanno condotto allo stato attuale e proponendo alcune soluzioni.

L’editoria scientifica ha il triplice ruolo di disseminare la conoscenza per l’avanzamento della società e il miglioramento della vita delle persone, serve per dare o confermare il prestigio degli autori e delle loro istituzioni e da ultimo crea profitto per gli editori scientifici. Tre ruoli che mal si armonizzano fra di loro e che hanno portato ad uno sfruttamento del sistema della ricerca privandolo di soldi, tempo, affidabilità e controllo.

Gli autori e le autrici dettagliano questo sfruttamento, spiegando come nel corso del tempo e a partire dagli anni ’50 del secolo scorso ci sia stata una progressiva concentrazione del mercato editoriale con forti barriere all’ingresso, e un orientamento verso il nord del mondo. Un piccolo oligopolio di editori denuncia ormai da anni profitti altissimi, costruiti sul lavoro gratuito di autori, revisori ed editor e ha creato una economia del prestigio rispetto ai cui costi i ricercatori sembrano poco sensibili, perché quello che è in gioco è la loro possibilità di entrare nella accademia e di progredire nel proprio percorso di carriera.

In questo contesto l’open access, che era nato come possibilità di democratizzazzione della conoscenza scientifica, non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze favorendo il nord del mondo, possibilmente anglofono. Ci sono solo pochissime eccezioni (si pensi a Scielo in sud America) dove l’editoria scientifica resta ancora nelle mani delle strutture pubbliche, sottraendosi agli oligopoli della scienza.

Lo sfruttamento non si limita però ai profitti milionari, sono centinaia di migliaia le ore dedicate dai ricercatori nei diversi ruoli di autori, editor e revisori ad una editoria che poi le istituzioni che pagano i loro stipendi si devono ricomprare.

Sistemi di valutazione basati sulla quantità (di pubblicazioni e di citazioni) hanno condotto ad una iperproduzione di articoli (spesso inutili o o poco significativi) che invece che fare avanzare la scienza la stanno rallentando.

Anche la peer review, blind o double blind, non sembra più sufficiente a garantire la qualità di ciò che viene pubblicato, e il mercato è invaso da ricerche prodotte da papermills e revisionate da reviewmills.

Gli organi che dovevano garantire (attraverso raccomandazioni e linee guida) l’integrità delle pubblicazioni scientifiche (COPE ad esempio) perdono di credibilità

The Committee on Publication Ethics (COPE), founded in the 1990s by concerned editors specifically to address misconduct, now includes over 14,000 journals and 100 publishers who act as judge and jury of their own trials

Ma come si risolve una situazione così complessa? Nessuna delle misure messe in atto fino ad ora sembra aver funzionato, anzi, altri e nuovi problemi sono nati.

Anche gli autori del preprint, sulla scia di quanto già espresso da Karen Maex nel suo discorso Protect independent and public knowledge, poi ribadito da una serie di dichiarazioni fra cui quella del Consiglio d’Europa nel 2023 e l’ultima (quella di Stoccolma) di qualche giorno fa ritengono che la soluzione percorribile sia quella di una riappropriazione delle funzioni dell’editoria scientifica da parte di istituzioni e ricercatori (anche in maniera consorziata), della creazione di infrastrutture pubbliche governate dalle comunità scientifiche, e che il ruolo degli editori si debba connotare come quello di fornitori di servizi a prezzi sostenibili.

Ciò implica una riconfigurazione della economia del prestigio e un cambio culturale radicale che non si potrà ottenere in tempi brevi visto che si è costruito e consolidato nel corso di decine di anni. Segnali di cambiamento arrivano da iniziative come DORA, COARA o la Barcelona Declaration, ma sono le comunità scientifiche e le istituzioni (compresi gli enti finanziatori della ricerca) che devono portare avanti questo cambiamento culturale prima che sia troppo tardi.

The costs of inaction are plain: wasted public funds, lost researcher time, compromised scientific integrity and eroded public trust.