Il modello Open Access basato sulle Article Processing Charges (APC) e sui costosissimi accordi trasformativi sono stati presentati come strumenti per favorire la diffusione ampia e universale della conoscenza scientifica, ma sono anche diventati oggetto di una crescente critica da parte della comunità accademica. Il punto centrale della contestazione è che tali modelli non eliminano le disuguaglianze del sistema editoriale ( e infatti le critiche sulla sostenibilità provengono principalmente dai paesi con meno risorse), ma le spostano dall’accesso alla pubblicazione: se nel modello tradizionale il problema era l’impossibilità per molti lettori di accedere agli articoli a causa del costo elevato degli abbonamenti, nel modello APC il problema diventa la capacità degli autori (o delle loro istituzioni) di sostenere i costi necessari per pubblicare. Questa trasformazione rischia di penalizzare ricercatori privi di finanziamenti adeguati, istituzioni meno ricche, paesi a basso reddito e discipline storicamente sottofinanziate, come le scienze umane e sociali. L’accesso aperto viene così ottenuto al prezzo di una crescente esclusione dalla possibilità di partecipare alla comunicazione scientifica internazionale.
Le critiche si intensificano quando si considerano gli accordi trasformativi, concepiti come strumenti temporanei per accompagnare la transizione verso l’Open Access. Molte analisi mostrano che tali accordi hanno certamente aumentato il numero di articoli disponibili in accesso aperto, ma non hanno modificato in modo sostanziale la struttura economica del sistema editoriale e neppure la percentuale di articoli che rimangono chiusi. Al contrario, hanno consolidato la posizione dominante dei grandi editori commerciali, ai quali continua ad affluire una quota crescente dei bilanci delle università e delle biblioteche. Invece di favorire la concorrenza e lo sviluppo di modelli alternativi, gli accordi trasformativi rischiano di rafforzare gli oligopoli esistenti, creando nuove barriere all’ingresso per editori indipendenti e iniziative non profit. Diversi autori sostengono che le istituzioni accademiche si sono fatte intrappolare in un sistema che mantiene elevati i costi complessivi e prolunga la dipendenza dai principali gruppi editoriali internazionali.
Le crescenti preoccupazioni sulla concentrazione del mercato editoriale e sugli effetti economici del modello APC hanno recentemente trovato espressione anche sul piano legale. Nel 2024 è stata avviata negli Stati Uniti una class action antitrust contro Elsevier, Springer Nature, Wiley, Taylor & Francis (gruppo Informa), Sage e Wolters Kluwer, accusate di aver adottato pratiche coordinate che limitano la concorrenza, sfruttano il lavoro gratuito dei revisori e impongono agli autori regole che rallentano la circolazione della conoscenza scientifica. Sebbene il procedimento sia stato successivamente respinto da un tribunale federale per insufficienza di prove di collusione, il caso ha contribuito ad accendere il dibattito pubblico sul potere economico esercitato da un numero ristretto di grandi editori, capaci di controllare una quota molto rilevante della produzione scientifica mondiale.
Ancora più significativa è la causa (depositata nel 2024 ma resa pubblica nel 2026) dal ricercatore Juan Pablo Alperin nell’ambito del False Claims Act statunitense contro Elsevier, Springer Nature, Wiley e Informa. La denuncia sostiene che gli editori abbiano sistematicamente applicato APC largamente superiori ai costi effettivi di pubblicazione, trasferendo indirettamente tali oneri sui fondi pubblici destinati alla ricerca. Secondo Alperin, il mercato dell’editoria scientifica Open Access sarebbe caratterizzato da una forte asimmetria informativa e da una concorrenza limitata, che consentirebbero agli editori dominanti di fissare prezzi scollegati dai costi reali del servizio. Pur dovendo ancora essere valutate nel merito dai tribunali, queste accuse rappresentano una delle critiche più radicali avanzate finora contro la sostenibilità economica del modello APC e contro il ruolo dei grandi gruppi editoriali nella transizione all’Open Access.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la crescente pressione esercitata dagli editori sugli editorial board. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di dimissioni collettive di editor e membri dei comitati scientifici in protesta contro l’aumento delle APC, le interferenze nelle politiche editoriali e la percezione che gli obiettivi commerciali stiano prevalendo sulle finalità scientifiche. Particolarmente emblematico è stato il caso di NeuroImage, dal quale oltre quaranta editor si sono dimessi denunciando APC considerati eccessive e incompatibili con una gestione etica della comunicazione scientifica. Analoghe proteste hanno coinvolto il Journal of Informetrics, successivamente sostituito dalla comunità scientifica con Quantitative Science Studies, e numerose altre riviste pubblicate da Elsevier, Wiley e Springer Nature. Queste vicende evidenziano una tensione crescente tra comunità accademica e editori commerciali, alimentata dalla sensazione che le motivazioni economiche prevalgano sempre più su quelle scientifiche.
Molti osservatori sottolineano inoltre che il modello APC introduce un potenziale conflitto di interesse strutturale. Quando ogni articolo pubblicato genera un ricavo, l’aumento del volume delle pubblicazioni diventa economicamente vantaggioso per l’editore. Sebbene ciò non implichi automaticamente una riduzione degli standard qualitativi, può creare incentivi a incrementare il numero degli articoli accettati, accelerare i processi decisionali e ampliare continuamente il perimetro delle riviste. Diverse dimissioni di editor negli ultimi anni sono state motivate proprio dalla percezione di pressioni finalizzate ad accrescere la produzione editoriale piuttosto che a garantire la qualità della ricerca pubblicata.
Questa logica quantitativa si inserisce in un contesto più ampio caratterizzato dall’aumento delle ritrattazioni, dalla diffusione delle paper mills, dalla crescita delle review mills e dall’emergere di articoli contenenti dati manipolati o prodotti attraverso sistemi automatizzati. Naturalmente, tali fenomeni non possono essere attribuiti esclusivamente all’Open Access o alle APC, ma molti studiosi osservano che un sistema basato sulla crescita continua del numero di articoli pubblicati può rendere più difficile mantenere controlli rigorosi e processi di peer review adeguatamente sostenuti. L’open access si inserisce in un sistema che privilegia la quantità (publish or perish), e gli editori commerciali se ne approfittano.
Le critiche al modello APC e agli accordi trasformativi convergono su una questione fondamentale: la transizione verso l’Open Access non dovrebbe limitarsi a trasferire i costi da un attore all’altro, ma dovrebbe mirare a costruire un sistema più equo, sostenibile e governato dalla comunità scientifica. Per questo motivo cresce l’interesse verso modelli alternativi, come il Diamond Open Access, le piattaforme non profit e le infrastrutture accademiche gestite direttamente da università e comunità disciplinari, considerate da molti una risposta più coerente ai principi originari della scienza aperta.

