Dal mercato ai commons: ripensare il futuro della comunicazione scientifica

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Nel libro Publishing Beyond the Market: Open Access, Care, and the Commons, Samuel A. Moore propone una critica radicale dell’attuale transizione all’Open Access che  prende  le mosse dallo sciagurato Finch Report: il punto decisivo non è soltanto rendere gli articoli liberamente accessibili, ma capire chi controlla le pubblicazioni, le piattaforme, i dati e le infrastrutture della comunicazione scientifica. Secondo Moore, molte politiche di Open Access hanno accettato la logica del mercato invece di metterla in discussione, limitandosi a spostare i costi dagli abbonamenti alle APC, senza modificare il potere dei grandi editori commerciali.

La critica riguarda in particolare le APC e gli accordi trasformativi. Per Moore, questi strumenti possono aumentare la quantità di contenuti disponibili in accesso aperto (il mantra privo di senso che sentiamo ripetere da alcuni consorzi), ma non trasformano realmente il sistema: cambiano il modello di pagamento, non la governance. Gli editori continuano a controllare riviste, piattaforme e processi editoriali, mentre risorse pubbliche continuano a fluire verso soggetti privati. In questo senso, l’Open Access rischia di diventare un nuovo mercato, non un’alternativa al mercato.

Il libro prende in esame anche Plan S, interpretato come un esempio di politica che cerca di rendere più efficiente il mercato dell’Open Access senza affrontare il nodo principale: la concentrazione del controllo editoriale e infrastrutturale. Per Moore, non basta chiedersi “chi paga per pubblicare”; la domanda centrale deve diventare “chi governa la comunicazione scientifica?”. Un sistema può essere formalmente aperto, ma restare sostanzialmente dipendente dagli stessi attori commerciali che dominavano il modello ad abbonamento.

L’alternativa proposta da Moore si fonda sui concetti di commons ed etica della cura. Considerare la comunicazione scientifica come un bene comune significa sottrarla alla pura logica della merce e costruire infrastrutture governate dalle comunità accademiche, con decisioni partecipate e orientate all’interesse collettivo. L’etica della cura, invece, serve a rendere visibile il lavoro spesso nascosto che sostiene la pubblicazione scientifica: revisione tra pari, attività editoriali, manutenzione delle infrastrutture, conservazione dei contenuti, supporto di biblioteche e università.

In questa prospettiva, Moore valorizza le esperienze di scholar-led publishing e le infrastrutture aperte, le university press (come la Milano University Press) e cooperative (Citiamo solo due esempi: Open Library of Humanities (OLH): piattaforma di pubblicazione Open Access sostenuta da un consorzio internazionale di biblioteche anziché da APC pagati dagli autori e Open Book Publishers: casa editrice accademica non-profit che sperimenta forme di finanziamento collettivo e accesso aperto.)

Non propone di eliminare ogni altra forma di editoria accademica, ma di costruire un ecosistema alternativo basato su governance democratica, collaborazione istituzionale e controllo comunitario. Il principio dello“scaling small” indica proprio una rete di iniziative autonome, interconnesse e cooperative, capaci di crescere senza riprodurre le logiche di concentrazione e dominio tipiche del mercato editoriale.

Concludendo,il testo mostra che per Moore l’Open Access è davvero trasformativo solo se non si limita ad aprire l’accesso ai contenuti, ma cambia la struttura di potere della comunicazione scientifica. La questione non è solo economica, ma politica: sottrarre la conoscenza al controllo del mercato e costruire infrastrutture editoriali comuni, democratiche, cooperative e orientate alla cura.