Ma quanto costa davvero pubblicare un articolo scientifico?

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Per anni le critiche al sistema editoriale scientifico si sono concentrate soprattutto sul divario tra i costi reali della pubblicazione e i prezzi richiesti dagli editori. Uno studio di Grossmann e Brembs pubblicato nel 2021 (interessante il fatto che è stato pubblicato da F1000 research, che le revisioni sono pubbliche e che si possono quindi leggere i dubbi dei revisori a cui gli autori hanno poi puntualmente risposto) ha cercato di quantificare questa differenza, mostrando che pubblicare un articolo scientifico costa generalmente tra 200 e 1.000 dollari, mentre le APC richieste da molti editori commerciali possono raggiungere diverse migliaia di dollari (oltre i 10.000 per un articolo su Nature).

Parliamo di questo studio perché quello che fino a poco tempo fa era principalmente un dibattito accademico è oggi arrivato nelle aule di tribunale. Negli Stati Uniti è stata infatti resa pubblica una causa intentata nell’ambito del False Claims Act contro Elsevier, Springer Nature, Wiley e Informa. Il ricercatore Juan Pablo Alperin accusa i grandi editori di aver costruito un sistema che impone APC molto superiori ai costi reali di pubblicazione, facendo ricadere tali spese sui finanziamenti federali destinati alla ricerca. Secondo la denuncia, gli editori avrebbero sfruttato gli obblighi di accesso aperto imposti dai finanziatori pubblici per imporre tariffe fino a dieci volte superiori ai costi effettivi, approfittando del bisogno dei ricercatori di pubblicare sulle riviste più prestigiose per avanzare nella carriera. La causa richiama esplicitamente una stima dei costi di pubblicazione compresa tra 200 e 1.000 dollari per articolo, sostanzialmente coincidente con quella proposta da Grossmann e Brembs cinque anni fa..

Naturalmente le accuse dovranno essere valutate dai tribunali e gli editori coinvolti non hanno ancora potuto difendersi nel merito. Tuttavia, la vicenda segnala un cambiamento importante: la questione delle APC non riguarda più soltanto la sostenibilità economica dell’Open Acces,, ma anche la trasparenza del mercato editoriale e l’uso di risorse pubbliche destinate alla ricerca.

La domanda posta dallo studio rimane quindi più attuale che mai: se oggi esistono le condizioni tecniche per pubblicare articoli scientifici di qualità con costi relativamente contenuti, è giustificabile che una quota così rilevante dei finanziamenti alla ricerca venga assorbita da APC sempre più elevate?

La causa statunitense potrebbe anche essere respinta. Ma difficilmente potrà essere archiviata la domanda che l’ha resa possibile: come si è arrivati a un sistema in cui la ricerca, finanziata con denaro pubblico, che viene scritta gratuitamente dagli autori, valutata gratuitamente dai revisori, gestita spesso da editor accademici non retribuiti viene poi rivenduta alle stesse istituzioni che l’hanno prodotta a prezzi che sembrano avere sempre meno relazione con i costi reali? Forse il problema non sono le APC troppo alte. Forse è un intero modello che ha smesso da tempo di funzionare nell’interesse della ricerca