Pre-print sì o no? Ad esempio nell'ambito delle life sciences

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Un articolo di J. Brainard pubblicato su Science riporta i risultati di una indagine sulla percezione dei pre-print fra i ricercatori di ambito biomedico, mostrando come questa pratica, pur in crescita, resti oggetto di forti resistenze nel settore delle scienze della vita (in effetti più da parte dei ricercatori senior, mentre i ricercatori più giovani sono più favorevoli a questa forma di prepubblicazione). Quasi la metà degli intervistati teme che i preprint favoriscano la diffusione di ricerche di bassa qualità e disinformazione, una preoccupazione che contribuisce a spiegare la loro adozione più lenta rispetto ad altri ambiti disciplinari.

L’indagine, condotta su circa 1800 ricercatori statunitensi e canadesi, evidenzia un atteggiamento ambivalente: se da un lato molti riconoscono ai preprint il vantaggio di accelerare la circolazione dei risultati scientifici e di favorire collaborazioni, dall’altro essi non sono percepiti come utili per la progressione di carriera. Questo punto è centrale e viene interpretato come il riflesso di una tensione strutturale tra pratiche di open science e sistemi di valutazione accademica, che continuano a privilegiare le pubblicazioni su riviste peer-reviewed tradizionali.

Il testo mette bene in luce come le preoccupazioni sulla qualità siano particolarmente rilevanti per i ricercatori clinici, sensibili ai possibili rischi per la sicurezza dei pazienti. Tuttavia, attraverso le dichiarazioni di rappresentanti di openRxiv, viene anche problematizzata la solidità empirica di tali timori, più basati su pre-giudizi che su evidenze: i server di preprint applicano filtri minimi, la maggior parte dei preprint viene poi pubblicata su rivista, e di fatto la peer review non è immune da errori e in grado di riconoscere sempre le frodi o ricerche di bassa qualità. In questo senso, il testo bilancia le percezioni soggettive dei ricercatori con argomentazioni che relativizzano l’idea di una minore affidabilità intrinseca dei preprint.

Infine, il testo sottolinea il principale nodo irrisolto: la scarsa integrazione dei preprint nei meccanismi di valutazione. La maggioranza dei ricercatori coinvolti in decisioni di finanziamento e carriera continua a dare più peso agli articoli peer-reviewed, spesso per ragioni pragmatiche di tempo e standardizzazione (piuttosto che leggere decine di pre-print si preferisce fidarsi della prevalutazione della rivista). Le proposte di introdurre indicatori automatici di qualità per i preprint vengono presentate con cautela, per il rischio di ridurre la complessità della valutazione scientifica a metriche semplificate.

Nel complesso, l’articolo offre una lettura equilibrata e ben documentata del dibattito sui preprint in ambito biomedico, ma mostra anche i limiti di un cambiamento che resta frenato non tanto da evidenze di scarsa qualità, quanto dalla persistenza di modelli valutativi tradizionali. Bill e Melinda Gates Foundation richiede il deposito dei lavori esito di finanziamento come preprint,  ERC accetta i pre-print come prodotti di ricerca dei candidati, ma sono casi ancora isolati e il messaggio implicito è che, senza una riforma coerente dei sistemi di valutazione (ad ampio raggio), i preprint difficilmente potranno esprimere appieno il loro potenziale nel sistema delle pubblicazioni scientifiche.

L’articolo su Science esce poco dopo un preprint pubblicato da Richard Sever et al.

su BioRxiv che ricostruisce la nascita, lo sviluppo e l’impatto di questo server di preprint per le scienze della vita avviato nel 2013, collocandolo nel più ampio contesto delle criticità della comunicazione scientifica tradizionale. Gli autori evidenziano come il modello editoriale basato su peer review ex ante (il modello review then publish) comporti ritardi spesso incompatibili con i ritmi della ricerca contemporanea e con le esigenze di valutazione della produttività scientifica, soprattutto per i ricercatori nelle prime fasi di carriera. I preprint consentono di separare la diffusione dei risultati dalla loro valutazione formale, permettendo una condivisione immediata e aperta dei lavori e l’affermazione della paternità sui risultati ad una data certa.

Il contributo descrive in dettaglio l’infrastruttura tecnica e organizzativa di bioRxiv, chiarendo che la piattaforma non svolge peer review ma applica un processo di screening ex ante volto a escludere contenuti non scientifici, non pertinenti o potenzialmente dannosi. Vengono illustrate le funzionalità chiave del servizio, tra cui il versioning degli articoli, l’assegnazione dei DOI, l’indicizzazione nei principali sistemi di discovery, l’integrazione con iniziative editoriali (eLife, Peer community In)e infrastrutture per l’open peer review e la possibilità di collegare dataset e codice.

Ampio spazio è dedicato all’analisi dei dati quantitativi: la crescita costante delle sottomissioni, l’ampliamento delle discipline rappresentate, l’elevata percentuale di preprint che vengono successivamente pubblicati su rivista e il ruolo di bioRxiv durante la pandemia da COVID‑19, quando la diffusione rapida dei risultati si è rivelata cruciale. I risultati delle indagini sugli utenti mostrano che gli autori utilizzano i preprint per aumentare la visibilità delle proprie ricerche, ottenere feedback, rivendicare priorità scientifica e documentare la produttività in contesti di valutazione, con un’incidenza molto limitata di effetti negativi.

In conclusione, l’articolo sostiene che bioRxiv ha contribuito in modo decisivo alla normalizzazione dei preprint nelle scienze della vita e che la diffusione di questa modalità di prepubblicazione favorisce un sistema di comunicazione scientifica più aperto, rapido ed equo, stimolando al contempo sperimentazioni sui modelli di peer review e pubblicazione (ad esempio nel modello publish review curate), sulla valutazione dei lavori di ricerca e sull’uso di nuove tecnologie a supporto dell’open science.