Frode scientifica: stato dell'arte in Italia

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A quello che è stato definito come un mare di conoscenza in cui galleggia una quantità allarmante di spazzatura anche l’Italia dà il proprio contributo.

Poco si parla nei giornali di questo tema in Italia, e soprattutto poco si parla in maniera informata. A maggior ragione articoli come quello pubblicato da Andrea Capocci su Le Scienze, (Frodi scientifiche all’italiana) sono preziosi per costruire una narrazione che però fino ad oggi è rimasta molto frammentaria.

Il tema della frode scientifica o delle cattive pratiche nella scienza è molto dibattuto a livello internazionale, e molti sono gli strumenti che i ricercatori hanno messo in atto per contrastarle, in primo luogo quello della discussione pubblica ex post da parte delle comunità scientifiche (PubPeer, Retraction watch ecc.).

L’articolo pubblicato su Le Scienze ha un focus specifico sui dati che riguardano la ricerca italiana. Si va dal plagio (più comune nelle scienze umane e sociali) all’iperprolificità (al di fuori della Big Science) e alla paternità onoraria (guest authorship) alla inwardness (proporzione delle citazioni totali ricevute da un Paese che provengono dal Paese stesso), alla manipolazione dei dati o delle immagini.

Nell’articolo si sottolinea come avere il proprio nome incluso in una ricerca pubblicata porti senza dubbio vantaggi dal punto di vista del cv personale, ma rappresenti anche un rischio per la impossibilità di avere un controllo diretto sui risultati che risultano così difficilmente difendibili nel caso di discussione ex post.

Mentre sembra che siano pochi i casi di articoli prodotti da papar mills o zombie trials (testi clinici inventati di farmaci o terapie), in Italia pare che siano molti i casi di paternità onoraria che non tengono conto delle raccomandazioni elaborate a Vancouver nel 1978 da ICMJE e che definiscono il tipo di contributo necessario per poter essere inclusi fra gli autori di un articolo. (In realtà il progetto Credit considera il reperimento dei fondi come contributo, ma, appunto è un contributo che va segnalato attraverso questa specifica tassonomia che non è ancora utilizzata da tutti gli editori).

Gli elementi che più hanmo influito sui cattivi comportamenti nel nostro Paese sembrano essere un sistema di valutazione performance based (soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle carriere accademiche tramite la ASN) che premia la quantità, e il fatto che a quanto riporta Schneider (autore del blog For better science attualmente inibito ad alcuni provider italiani) raramente ci siano ripercussioni in caso di frode scientifica.

Un altro punto sottolineato da Capocci è quello della diffusione delle riviste open access, che sono state utilizzate dagli editori commerciali per aumentare i profitti, allargando le maglie della peer review perché ovviamente più articoli vengono accettati, maggiore è l’incasso, e da editori senza scrupoli per creare sedi editoriali improbabili che non applicano alcun filtro di qualità (riviste predatorie). L’articolo affronta davvero moltissimi temi per cui era impossibile entrare nei dettagli, ma vale la pena menzionare il fatto che c’è open access e open access (e questo sarebbe tema per un’altra lunga serie di articoli). Quello volto al profitto ha sicuramente danneggiato la ricerca (o comunque creato moltissimo rumore), quello no profit (diamond open access, molte university press) dovrebbe essere governato da principi più vicini alla ricerca e meno al guadagno.

Un dato abbastanza preoccupante è quello sul numero di riviste predatorie che hanno come editor ricercatori italiani e in cui l’Italia viene subito dopo Stati Uniti, Cina ed India che hanno però un numero di ricercatori di gran lunga maggiore.

L’articolo offre moltissimi spunti di riflessione su tante tematiche purtroppo poco affrontate nel nostro Paese. Un ruolo pedagogico importante è quello dei comitati etici, e sarebbe bello vedere report (anonimi ovviamente come avviene in UK) sui casi di frode scientifica affrontati ogni anno, perchéquesto servirebbe alle istituzioni per indirizzare le proprie politiche. Un ruolo importante è anche quello della formazione dei giovani ricercatori all’etica della ricerca. Spesso si danno per scontate cose che non lo sono affatto.

Infine una discussione pubblica su questi temi dovrebbe essere favorita sia dalle istituzioni che dai ministeri. Esiste un problema e e non parlarne non è un buon modo per affrontarlo.