La domanda è lecita e ce la siamo già posti, ma se la pongono anche Hutton, Pattinson e Rodgers di Elife in un post sul blog di DORA.
La vicenda di Elife è ben nota. A banche dati commerciali è stato affidato il ruolo di decidere quale debba essere il modello di comunicazione scientifica accettabile, e quale invece non debba essere considerato.
I tre autori discutono il modello adotatto da Elife a partire dal 2023, il modello publish review curate, che a quanto pare non va bene alle banche dati commerciali (Scopus e WOS) che sembrano non ammettere modelli diversi da quelli tradizionali e mainstream (review then publish).
Al centro del post è la peer review che non viene considerata infallibile anzi, può essere lenta, biased, può non servire ad individuare la frode scientifica o valorizzare la ricerca veramente innovativa, ma può essere pubblica e trasparente.
Gli autori criticano il focus di molte comunità scientifiche sulle riviste con alto impatto (quell’impatto calcolato dalla banche dati commerciali) piuttosto che sui contenuti delle ricerche e sottolineano come spesso un contenuto non pubblicato dalla rivista di prima scelta (leggi con l’IF più alto) viene pubblicato dalla rivista di seconda o terrza scelta senza alcuna portabilità della peer review, con spreco di tempo ed energie perché le peer review dei lavori rifiutati non vengono né condivise né pubblicate.
La scelta di Elife è stata quella di essere trasparente nel processo di revisione. Ai revisori viene chiesto di indicare punti di forza e debolezza di un lavoro sottomesso e di suggerire come lo stesso possa essere migliorato, poi editor e revisori scrivono un report che riassume la importanza e significatività del lavoro e la sua utilità. A questo punto il lavoro è pubblicato come preprint peer reviewed e sta agli autori decidere se vogliono procedere con le modifiche suggerite dai revisori perché la pubblicazione sia poi eventualmente accettata e pubblicata come Version of record.
Questa modalità di pubblicazione, lungi dall’essere perfetta, garantisce una maggiore trasparenza dei processi ed è un tentativo di permettere al lettore un giudizio sulla pubblicazione e sul processo di validazione nel merito e non basato sul contenitore.
Cosa è avvenuto a seguito di questa scelta lo sappiamo bene, Scopus e WOS hanno declassato la rivista.
Ciononostante Elife sembra non aver perso troppi autori, e anzi il nuovo modello è stato molte volte valorizzato e portato come esempio (non da ultimo durante un recente seminario del National Chapter di COARA). Un buon segno che dimostra come nel panorama della editoria scientifica anche a seguito della riforma della valutazione della ricerca qualcosa sta cambiando. Un cambiamento verso la trasparenza che riguarda non solo i modelli editoriali ma anche i database bibliografici, come mostrato nel recente convegno sulla Barcelona declaration tenutosi a Bologna


