Riportiamo qui i contenuti di un breve post apparso su The Conversation dal titolo: Making scientific knowledge free for all.
La comunicazione scientifica attraversa una profonda contraddizione. Da un lato, la ricerca è finanziata in larga misura con risorse pubbliche; dall’altro, i risultati di quella stessa ricerca rimangono spesso accessibili solo a chi può permettersi costosi abbonamenti o il pagamento di singoli articoli o il pagamento di costosi contratti trasformativi. La contraddizione sta nel fatto che Un settore editoriale che genera miliardi di dollari di fatturato continua a basarsi sul lavoro gratuito di ricercatori, revisori ed editor accademici, trasformando la conoscenza scientifica in una risorsa da commercializzare anziché in un bene comune.
L’Open Access è nato proprio per rispondere a questa contraddizione. L’obiettivo è semplice e potente: garantire che i risultati della ricerca, soprattutto quando finanziata con fondi pubblici, siano accessibili a tutti. Negli ultimi anni l’accesso aperto è diventato una componente essenziale delle politiche scientifiche internazionali, sostenuto da enti finanziatori, governi e organizzazioni sovranazionali.
Tuttavia, non tutte le forme di Open Access producono gli stessi effetti. I modelli più diffusi, Green e Gold Open Access, hanno certamente ampliato l’accessibilità della letteratura scientifica, ma spesso continuano a dipendere dall’infrastruttura editoriale commerciale. Nel caso del Green Open Access gli editori definiscono i periodi di embargo e le condizioni per l’autoarchiviazione, nel caso del Gold Open Access, i costi vengono semplicemente spostati dai lettori agli autori attraverso le Article Processing Charges (APC), che possono raggiungere diverse migliaia di euro per articolo (oltre 10K per un articolo su Nature).
Per questo motivo sta crescendo l’attenzione verso il modello Diamond Open Access, che elimina i costi sia per chi pubblica sia per chi legge. In questo sistema le riviste sono sostenute da comunità scientifiche, biblioteche, università o organizzazioni senza scopo di lucro, mantenendo la conoscenza all’interno di una logica di servizio pubblico anziché di profitto. Secondo molti osservatori, il Diamond Open Access rappresenta oggi una delle alternative più promettenti per costruire un ecosistema della comunicazione scientifica più sostenibile ed equo.
Le alternative, in realtà, esistono già. Software come Open Journal Systems consentono di gestire gratuitamente l’intero processo editoriale; archivi aperti come arXiv e HAL permettono la diffusione immediata dei manoscritti; iniziative come SciPost, Episciences e Peer Community In dimostrano che è possibile pubblicare, valutare e diffondere la ricerca fuori dalle logiche tradizionali del mercato editoriale e dal modello review then publish.
Il vero ostacolo non è tecnologico, ma culturale e politico. I grandi editori continuano a beneficiare di un sistema di valutazione della ricerca che attribuisce valore sulla base del prestigio delle riviste e di indicatori quantitativi come Impact Factor e conteggi delle citazioni. Finché carriere, finanziamenti e reputazione accademica dipenderanno principalmente da questi meccanismi, il cambiamento resterà limitato. Per questo le iniziative che promuovono una riforma della valutazione della ricerca, come DORA e CoARA, sono strettamente collegate al futuro dell’Open Science.
Rendere la conoscenza scientifica liberamente accessibile non significa soltanto facilitare la lettura degli articoli. Significa decidere chi controlla le infrastrutture della comunicazione scientifica e a quali interessi devono rispondere. La costruzione di un sistema aperto, sostenibile e non profit non è una conseguenza inevitabile dell’evoluzione tecnologica: è una scelta politica.
Alcuni Paesi lo hanno compreso da tempo. In Svizzera, nei Paesi Bassi e in diversi Paesi dell’America Latina, governi, enti finanziatori e istituzioni accademiche hanno investito nello sviluppo di infrastrutture pubbliche e modelli editoriali non commerciali, riconoscendo che la conoscenza scientifica rappresenta un bene comune e non una merce.
Anche l’Italia ha fatto un piccolo passo, decidendo di sostenere insieme ad altri 10 Paesi la iniziativa europea di Open research Europe.
Se l’obiettivo è una scienza realmente aperta, non basta rendere accessibili gli articoli prodotti all’interno del sistema attuale. Occorre ripensare il sistema stesso: riportare sotto il controllo della comunità scientifica le infrastrutture della comunicazione accademica, sostenere modelli editoriali senza scopo di lucro e liberare la valutazione della ricerca dalla dipendenza dal prestigio delle riviste commerciali. Solo così la scienza aperta potrà trasformarsi da correttivo di un sistema in crisi a vera alternativa per il futuro della produzione e della circolazione della conoscenza.


