Nel dibattito sull’editoria accademica, gli editori universitari sono spesso considerati marginali rispetto ai grandi gruppi commerciali (o non considerati del tutto). Tuttavia, uno studio di Maryna Nazarovets, Mikael Laakso e Zehra Taşkın mostra che le università non sono affatto attori secondari, bensì una componente ampia e strutturalmente rilevante del panorama delle riviste scientifiche. Il loro ruolo è però sottovalutato perché l’attività editoriale è decentralizzata, poco documentata e spesso debolmente istituzionalizzata. Per “rivista universitaria” si intende una rivista pubblicata direttamente da un ateneo o da sue unità (dipartimenti, facoltà, centri di ricerca, biblioteche o university press). Le modalità organizzative variano molto: si va da case editrici universitarie altamente professionalizzate a riviste gestite da dipartimenti con editor volontari e risorse minime. Questo spettro incide su qualità editoriale, infrastrutture digitali, stabilità finanziaria e sopravvivenza nel tempo.
La ricerca ha identificato 19.414 riviste peer-reviewed attive pubblicate da università in 148 paesi: una scala comparabile, se non superiore, a quella di molti editori commerciali dominanti.
La distribuzione globale è ampia ma disomogenea: pochi paesi concentrano molti titoli (tra cui Stati Uniti, Indonesia e Brasile), molte riviste universitarie sono scarsamente visibili nei database internazionali, il che suggerisce che la loro presenza reale sia ancora più estesa.
Un aspetto interessante è rappresentato dalla lingua. Solo circa il 35% delle riviste pubblica esclusivamente in inglese; molte utilizzano altre lingue o sono multilingui. Le università svolgono quindi un ruolo fondamentale nel mantenere ecosistemi scientifici plurilingui, rivolti a pubblici nazionali e regionali. Questa funzione è spesso trascurata quando si misura solo la “visibilità internazionale”.
Le riviste universitarie sono particolarmente concentrate nelle scienze sociali e umane, ambiti spesso meno attrattivi per il mercato ma cruciali per il dibattito pubblico e la produzione di conoscenza locale. Ciò le rende centrali anche nelle discussioni sulla bibliodiversità. In alcune regioni, tuttavia, vi è una presenza significativa anche di titoli di ambito biomedico e di ingegneria, a dimostrazione della flessibilità di questo modello.
Quanto all’open access, circa metà delle riviste universitarie risulta ad accesso aperto, ma i dati sono frammentari e incoerenti tra le diverse banche dati.
La difficoltà nel creare un quadro complessivo dell’editoria universitaria dipende dalla sua frammentazione organizzativa, da metadati spesso incompleti e da una debole istituzionalizzazione. Questo non è solo un problema tecnico, ma il segno che molte università pubblicano senza riconoscere pienamente l’editoria come funzione strategica.
Gli autori suggeriscono tre azioni principali: considerare le riviste come infrastrutture da sostenere stabilmente; investire nella qualità dei metadati per migliorare visibilità e conservazione dei contenuti; riconoscere la diversità delle riviste universitarie come un valore, non come un limite, includendo sia testate orientate all’internazionalizzazione sia riviste radicate nei contesti locali.


