Francesca Gino e quello che (non) abbiamo imparato

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Il caso di Francesca Gino, una delle ricercatrici più influenti al mondo nell’ambito della ricerca comportamentale, accusata da un gruppo di giovani ricercatori che gravitano attorno al blog Data Colada di frode scientifica e in particolare di manipolazione dei dati in più articoli scientifici, è noto a tutti. Sappiamo come la Gino ha reagito intentando una causa ad Harvard (che la aveva sospesa) e ai giovani ricercatori di Data Colada, e sappiamo anche che la maggior parte delle accuse sono state confermate.

Un articolo divulgativo pubblicato su un giornale trentino (regione d’origine della Gino) tenta di riflettere su un tema, quello della frode scientifica, che è ormai diventato frequente nell’editoria scientifica.

Pensiamo ai casi più noti, da Jan Hendrik Schoen a Diderik Stapel, da Marc Tessier Lavigne a Didier Raoult, tutti documentati da retractions o segnalazioni (nel caso di Stapel anche da un volume autobiografico). Nell’articolo che riporta una intervista ad Alberto Baccini, si individua la causa di questo fenomeno nella pressione per pubblicare, che spinge spesso i ricercatori bisognosi di aggiungere nuove righe sui propri CV, a smussare gli angoli della ricerca, ad escludere i risultati negativi, a modificare i dati.

I was alone in my fancy office at University of Groningen.… I opened the file that contained research data I had entered and changed an unexpected 2 into a 4.… I looked at the door. It was closed.… I looked at the matrix with data and clicked my mouse to execute the relevant statistical analyses. When I saw the new results, the world had returned to being logical (D. Stapel Ontsporing]

Ma perché mai un ricercatore dovrebbe modificare i dati di una ricerca che sta facendo per il bene della società (o per la salute dei pazienti, o per migliorare le condizioni di vita delle persone)? O perché dovrebbe acquistare da una delle cosiddette cartiere (paper mills) articoli prodotti in serie, quasi uno uguale all’altro, per lo più da strumenti di intelligenza artificiale?

Sono sistemi di valutazione che privilegiano la quantità piuttosto che la qualità, che portano i ricercatori a comportamenti adattativi conducendo al fenomeno noto come publish or perish.

Si potrebbe pensare che il sistema delle comunità scientifiche e quello dell’editoria scientifica “di qualità” siano in grado di reagire a questa ondata di letteratura inquinante, e quindi di fermare la frode o i cattivi comportamenti prima che un lavoro venga pubblicato. Si potrebbe pensare che stando alla larga dai cosiddetti editori predatori si risolve il problema. Si potrebbe pensare che questo fenomeno non riguardi i ricercatotri più senior, o le star come Francesca Gino. Ma le evidenze ci dicono un’altra cosa, e sono proprio quei loghi considerati “prestigiosi” che fanno registrare il maggior numero di retractions o di segnalazioni in siti come pubpeer o retraction watch.

Forse il problema dovrebbe essere affrontato da un’altra prospettiva. Forse è necessario creare consapevolezza su cosa sia la frode scientifica e quali siano gli effetti sul sistema della ricerca in generale, a partire dalla citazione degli esempi più noti, fino alle oltre 10mila retractions dello scorso anno. Forse è necessario ripensare i moduli di formazione e accompagnamento dei giovani ricercatori partendo da attività pratiche come la peer review o la gestione e cura dei dati. La citazione delle evidenze, diventate ormai quotidiane, di un sistema che funziona male, non sono infatti più sufficienti.