Negli ultimi vent’anni si è consolidata una vasta letteratura che descrive la peer review come un sistema sotto crescente pressione. Numerosi studi hanno evidenziato problemi di affidabilità, lentezza, conservatorismo, scarsa capacità di individuare frodi, bias e soprattutto una crescente reviewer fatigue, dovuta all’aumento esponenziale di articoli, progetti e valutazioni da sottoporre a revisione. Già Richard Smith definiva la peer review «lenta, costosa, soggettiva, incline ai bias e facilmente manipolabile», mentre lavori più recenti parlano apertamente di una vera e propria peer review crisis. Melinda Baldwin nella voce dedicata alla peer review nella Encyclopedia of the history of science sostiene che:
many scientists believe the system stifles progress, is often biased, and that “there is little solid evidence on its efficacy”
Di fronte a queste criticità, la comunità scientifica ha prodotto un’impressionante quantità di proposte correttive: open peer review, double-blind review, reviewer recognition, distributed peer review, portable reviews, publish-review-curate, peer review assistita dall’intelligenza artificiale, pagamento della peer review e numerose altre innovazioni procedurali. Molte di queste iniziative hanno generato miglioramenti locali e in alcuni casi hanno aumentato trasparenza, efficienza o inclusività. Il limite di gran parte delle riforme proposte finora è stato quello di considerare la peer review come un problema tecnico, anziché come una componente di un sistema più ampio. In questa prospettiva, la peer review è stata trattata come una macchina da ottimizzare, quando in realtà è diventata il punto di accumulo delle tensioni generate dall’intero ecosistema della ricerca. Più pubblicazioni, più bandi competitivi, più valutazioni e più richieste di rendicontazione significano inevitabilmente più revisione, indipendentemente da come essa venga organizzata.
Come sottolineano Bergstrom e Gross (2026), il problema principale non è tanto il funzionamento del singolo processo di revisione, quanto il fatto che il sistema della comunicazione scientifica continua a generare un volume crescente di prodotti da valutare, superando la capacità di assorbimento da parte dei revisori. Analogamente, Severin e Chataway (2021) individuano nelle logiche del publish or perish e nell’aumento esponenziale delle sottomissioni una delle principali cause del sovraccarico della revisione tra pari.
Il recente rapporto del Research on Research Institute The future of peer review porta questa analisi un passo oltre. Secondo gli autori, le molte innovazioni sperimentate negli ultimi anni rappresentano in larga misura dei palliativi: interventi volti ad alleviare i sintomi di un sistema in sofferenza senza modificarne le cause profonde. La crisi della peer review deriverebbe infatti da fattori sistemici — ipercompetizione, dipendenza da finanziamenti competitivi, incentivi fondati sulla quantità di pubblicazioni, crescita esponenziale della produzione scientifica e sviluppo dell’intelligenza artificiale — che non possono essere affrontati attraverso semplici aggiustamenti procedurali. Per questo motivo gli autori sostengono la necessità di una trasformazione dell’intero ecosistema della ricerca, che ripensi contemporaneamente finanziamento della ricerca, valutazione, comunicazione scientifica e meccanismi di assicurazione della qualità.
In questa prospettiva, la crisi della peer review non appare più come un problema tecnico da correggere con strumenti sempre più sofisticati, ma come il sintomo di un modello di organizzazione della ricerca che mostra crescenti segni di insostenibilità. La sfida non consiste quindi nel migliorare ulteriormente la peer review, bensì nel ripensare il sistema che la produce e dal quale dipende.
Il rapporto propone quindi un cambio di paradigma. Non servono ulteriori aggiustamenti marginali, ma una trasformazione strutturale dell’ecosistema della ricerca. Sul versante dei finanziamenti, ciò significa spostare l’attenzione dalla competizione permanente tra singoli ricercatori verso programmi strategici di lungo periodo affidati a istituzioni e grandi iniziative collaborative. Sul versante della comunicazione scientifica, significa abbandonare l’idea che ogni prodotto della ricerca debba essere certificato da una tradizionale peer review pre-pubblicazione e sviluppare invece nuove forme di garanzia della qualità, alcune delle quali già in atto anche se in maniera frammentaria e non coordinata:
Trust markers: indicatori che mostrano quali controlli di qualità ha superato un output (integrità, etica, riproducibilità, analisi statistiche, ecc.);
Peer engagement: discussione aperta e continua dopo la pubblicazione all’interno della comunità scientifica
Evidence synthesis: sintesi sistematiche delle evidenze (sul modello delle review Cochrane) per fornire conoscenza affidabile ai decisori e alla società
La conclusione del rapporto è quindi tanto semplice quanto radicale: la peer review non è il problema, ma il luogo in cui diventano visibili le contraddizioni di un sistema di ricerca sempre più complesso, competitivo e sovraccarico. Continuare a intervenire sui sintomi senza affrontarne le cause significa rinviare il problema. La sfida dei prossimi anni non sarà trovare una peer review migliore, ma costruire un sistema della ricerca che abbia bisogno di meno peer review per garantire qualità, affidabilità e fiducia nella scienza.


